Musica e psicologia: perché amiamo così tanto le canzoni tristi?

Ascoltare una traccia malinconica quando si è tristi ha un effetto sorprendente sul nostro organismo

Il rapporto che ogni persona ha con la musica è totalmente personale e poco definibile secondo gli stereotipi. Un discorso del genere vale per tutto ciò che è considerabile arte: nello specifico di questo momento storico non possiamo che aggrapparci all’ascolto delle nuove uscite e dei nostri pezzi preferiti per allietare le monotone giornate casalinghe. In molti, analizzando il proprio personale rapporto con la musica, avranno notato una predilezione per le canzoni definibili tristi. Non che esista una vera e propria categorizzazione ufficiale in merito. Una traccia più ritmata e riferita a tematiche “leggere” presenta però caratteristiche peculiari radicalmente differenti da – per fare un esempio calzante – un lamento d’amore.

Banalmente e senza analizzare troppo le nostre abitudini personali, potremmo pensare alla musica come una vera e propria medicina. Ascoltare musica “felice” quando si è tristi potrebbe essere una soluzione congeniale. Eppure la vita vissuta ci dice tutt’altro: quando siamo giù di morale, tendiamo a riprodurre nel nostro stereo delle canzoni tristi, o comunque malinconiche. Esiste una spiegazione logica che spieghi tutto ciò?

La spiegazione scientifica

La scienza negli anni si è posta proprio tale quesito: perché amiamo così tanto le canzoni tristi? A parziale spiegazione ci torna utile uno studio effettuato da due medici ricercatori della American Psychological Associaton. Questi hanno preso in analisi una gamma di mille canzoni apparse nella Billboard Top 40 tra gli anni ’60 e la nostra epoca. Per dividere le tracce tra tristi e felici sono stati utilizzati due parametri: i bpm (battiti per minuto) e la tonalità ricorrente del pezzo. Quando predominano le note in “minore”, la canzone, tendenzialmente, è triste. 

Secondo gli scienziati, rispetto a quest’ultimo parametro, c’è stato un aumento spaventoso. Siamo passati dal 15% delle canzoni in “minore” dell’epoca dei Beatles al 56% riscontrato rispetto alla musica moderna.

Ma per rispondere al quesito principale, la risposta è abbastanza semplice. Nella musica, come anche nell’arte in generale, la tristezza non è vissuta dal fruitore come una minaccia. Piuttosto invece ascoltare delle canzoni tristi durante un momento di sconforto ci aiuta a sentirci capiti, regalandoci un senso di empatia. Commuoversi durante l’ascolto di un pezzo stimola il nostro organismo a rilasciare ormoni del benessere, come ossitocina e prolattina. 

Insomma, ognuno ha i suoi gusti e le sue passioni: nessuno deve sentirsi strano o particolarmente avvezzo a determinati ascolti più di quanto non lo siano tutti. Il mondo è bello perché è vario, e come diceva Elton John: “Sad songs say so much“. 

 

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