Linkin Park contro Donald Trump: “Nostre canzoni usate senza permesso”

Ancora una delusione per lo staff di Donald Trump, stavolta travolto dalle minacce legali del team dei Linkin Park. La band nu-metal, star di fama decennale nel rock da classifica americano, si è infatti trovata alle prese con uno scherzo a questo punto ricorrente nella campagna di rielezione del presidente americano; nelle ultime ore infatti, attraverso i profili ufficiali della Casa Bianca, aveva preso a circolare un nuovo spot con il marchio del primo candidato repubblicano alle elezioni di novembre. Condivisa dal responsabile delle comunicazioni Dan Scavino, la clip utilizzava come accompagnamento un brano sicuramente riconoscibile ai più: In The End, piccolo classico della band inciso nel 2000.

Nuovo scontro mediatico tra il Presidente Usa e l’industria musicale, con il no dei Linkin Park all’utilizzo dei loro brani

Unico problema, i diritti per In The End non sembrano essere stati chiesti formalmente alla band autrice del brano; i Linkin Park stessi non avrebbero avuto alcuna voce in capitolo nello sfruttamento della canzone a fini politici. Una situazione che ha spinto i musicisti all’intervento tempestivo e diretto per vie legali, come annunciato sul proprio profilo Twitter. “I Lp non sostengono né hanno mai sostenuto Donald Trump“, il laconico messaggio pubblicato dalla band. “Non abbiamo mai autorizzato il suo staff ad utilizzare alcun brano della nostra musica. Una richiesta di rimozione è già stata inoltrata“.

La clip incriminata ha quindi avuto vita breve: a seguito dell’intimazione legale dei Linkin Park, l’intero video è stato cancellato dalla rete; il post in questione risulta attualmente introvabile sui profili social della Casa Bianca e del Presidente Usa. Una situazione che in molti vivranno come un dejà-vu; nel corso degli scorsi mesi moltissime rockstar, dai Rolling Stones a Neil Young, da Pharrel Williams ad Adele, hanno infatti proibito al repubblicano di utilizzare i rispettivi brani a fini promozionali. L’ex band di Chester Bannigton ha ora posto l’ennesimo veto.

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