Al Paladozza di Bologna il concerto-evento degli Zen Circus, sul palco anche Motta, Nada e Dente

Riuscire ad essere obiettivi, quando si è fan, può essere impresa ardua. Perchè trovare la “giusta distanza” per descrivere un evento in cui sono coinvolti dei musicisti che ammiri e segui, è un dovere ma a volte una fatica. Chi scrive proverà ad essere più asettica possibile nel raccontare il concerto-evento degli Zen Circus, andato in scena venerdì scorso al Paladozza di Bologna, e soprattutto proverà a trasferire a chi legge le emozioni e l’atmosfera di una di quelle serate che si ricordano esclamando il classico “io c’ero!”. Sì, perché se è vero che tutti i concerti degli Zen sono una festa (una “sagra” come dicono loro a volte), questo nello specifico è stato da una parte la celebrazione di vent’anni di carriera e dieci dall’uscita dell’album seminale “Andate tutti affanculo”, dall’altra un momento per ritrovare vecchi amici con cui si è condiviso un percorso o una parte di esso. Con grande gioia degli oltre cinquemila presenti (Paladozza sold out), che hanno visto alternarsi sul palco Giorgio Canali, Nada, Dente, i Tre allegri ragazzi morti, e Motta. Roba quasi da festival estivo, ma anche meglio perché tutta incentrata sulla carriera della band.
Ma andiamo con ordine. Si inizia alle 21:30 precise, quando le luci del palazzetto (che in passato ha ospitato i concerti dei Rolling Stones, di Jimi Hendrix, di James Brown e dei Deep Purple, tra gli altri) si spengono e i cuori dei fan si accendono. In sottofondo cresce la voce di Gino Paoli che canta “Il cielo in una stanza” (evidente rimando all’album del 2018 “Il fuoco in una stanza”), mentre sui quattro maxiscxhermi posizionati sul palco parte un conto alla rovescia: dal 2018 si va indietro di anno in anno, fino ad arrivare al 2009 (anno di uscita del disco “Andate tutti affanculo”). Le luci sul palco diventano un tricolore, accompagnato dalle note dell’inno di Mameli con un irriverente sottofondo di sirena dell’ambulanza (o della Polizia). L’atmosfera si scalda, mentre tutti intonano con ardore e forza “Fratelli d’Italia” come non accade nemmeno durante i Mondiali! E poi ecco uscire Appino, Karim, Ufo, Francesco “il Maestro” Pellegrini, accompagnati dal tastierista Fabrizio Pagni. Il Paladozza esplode, mentre i ragazzi prendono posizione sul palco. Pochi secondi e sono tutti pronti, lo show può cominciare. “Com’era che si iniziava dieci anni fa?” chiede Appino al pubblico, ed esplode la prima canzone, “Gente di merda”. I ragazzi sono in forma, si capisce da subito: hanno voglia di divertirsi, di darsi al pubblico, di far ballare e scatenare i loro spettatori, che da subito si infervorano in capannelli saltellanti e festosi. Dall’inizio alla fine, il live è una carrellata di successi della band pisana indie (anche se “il termine indie oggi è un brand, indica solo un’estetica” come puntualizza Appino), fondata ufficialmente nel 1998 ma i cui veri albori risalgono già al 1994.

Gli Zen Circus hanno infiammato il Paladozza di Bologna con un concerto-evento

Dopo l’incipit folgorante, si passa a “La terza guerra mondiale”, per saltare poi alla bellissima “Catene” (dall’album del 2018 “Il fuoco in una stanza”) per tornare al classico Zen “Vent’anni”, pezzo storico della band capitanata dal leader carismatico nonché poeta ispirato, provocatore e irriverente Andrea Appino. Siamo dunque tornati al 2008, all’album “Villa Inferno”, ma basta una canzone per ripiombare al 2016 con la meravigliosa ballata “Non voglio ballare”, forse il pezzo più bello dell’album “La terza guerra mondiale”. Il pubblico segue fedele e vive momenti di esaltazione e grinta (“lo sapete che più casino fate voi, più ne facciamo anche noi” incita il batterista Karim) alternati ad attimi più riflessivi ed emotivi, come durante l’esecuzione de “Il fuoco in una stanza”. Potere della musica, più che mai di quella degli Zen Circus, il cui pregio forse più grande è di saper costruire testi graffianti, mai banali e di grande lucidità nell’analisi sociale (“non politica” come spesso precisano) su un tessuto musicale che prende dal folk, dal rock, dal punk. Ci si lascia andare e si ondeggia (sugli spalti come nel parterre) a melodie quasi romantiche (anche se i testi non si sdilinquiscono mai) e poi si balla al ritmo incalzante di “Ilenia”: impossibile stare fermi!
E impossibile non intonare il coro “Parararà pararararà” de “La teoria delle stringhe”, ma il clima diventa ancora più caldo quando la band chiama sul palco un amico di vecchia data, quel Giorgio Canali che tanta influenza ebbe su Appino e soci nella realizzazione di “Andate tutti affanculo” (primo album completamente in italiano della band). E con il carismatico e intenso cantautore e produttore, gli Zen intonano una grintosa e militante “Vecchi senza esperienza”, esibizione in cui è palpabile l’emozione e il senso di gratitudine di Appino, Ufo e Karim per un uomo con cui la collaborazione è stata proficua e l’amicizia lunga e duratura. Bei momenti! Poi Canali se ne va e si torna ai toni acidi e divertiti di “Pisa merda”, per passare a un altro grande classico come “I qualunquisti”, impertinente e iconoclasta inno che incita a non riflettere troppo, con quel ritornello che fa “pensa poco e ridi scemo che la vita è un baleno”.

Tanti ospiti al concerto degli Zen Circus a Bologna, da Motta a Giorgio Canali

Giusto il tempo di riprendersi, dopo aver ballato e saltato sui ritmi martellanti de “I qualunquisti”, che arriva sul palco una signora del rock, quella Nada che ha partecipato ad “Andate tutti affanculo” e davanti alla quale Appino si inchina adorante. Non è certo la prima volta che la rocker livornese si esibisce con gli Zen, ma si capisce che l’occasione è speciale, e l’esecuzione di “Vuoti a perdere” è sentita e potente. Esaltazione e gioia da parte del pubblico.
E si va avanti. Avanti lo sono andati tanto i ragazzi partiti dal centro sociale Macchia Nera di Pisa alla fine degli anni Novanta (quando ancora il bassista Massimiliano “Ufo” Schiavelli e il batterista Karim Qqru, al secolo Gian Paolo Cuccuru, non facevano parte del gruppo). Sono cresciuti, ma non si sono mai fermati, non si sono montati la testa e soprattutto non hanno dimenticato le proprie origini, le esibizioni alle sagre di paese come per strada. La loro anima busker emerge nell’esecuzione di “Ragazzo eroe” (e siamo tornati al 2011 di “Nati per subire”) quando Karim abbandona il seggiolino della sua batteria, indossa sul petto una specie di griglia, scende dal palco e si avvicina al pubblico del parterre per suonare con grinta il pezzo. E si prosegue con energia e vigore in “Mexican Requiem”, il brano più vecchio di tutto il live (tratto dall’album del 1998 “About Thieves, Farmers, Tramps and Policemen”).

Anche Nada ospite degli Zen Circus al concerto di Bologna del 12 aprile

Una canzone storica, come (ancor di più) lo è “Figlio di puttana”, uno dei pezzi più sinceri e in qualche modo autobiografici tra quelli scritti da Andrea Appino, Ed ecco che a cantarla arriva un altro regalo, un altro amico, quel Dente che collaborò con gli Zen per la canzone “La democrazia semplicemente non funziona” (tratta dall’album “Nati per subire”).
E’ una festa, siamo quasi a Pasqua, ma ci rituffiamo subito nel clima del Natale. Eh sì, è arrivato il momento di una delle canzoni simbolo degli Zen Circus, “Canzone di Natale”. Poche luci rosse sul palco, tutti i telefonini accesi che ondeggiano, un’atmosfera quasi sognante ma del tutto irriverente. E si rinnova il rito della telefonata al mitico Abdul. Si ride e si canta, mentre Ufo e Karim sul palco riproducono la chiacchierata tra il ragazzo annoiato (che scappa dal pranzo di Natale) e lo spacciatore tunisino. Emozione, divertimento, immedesimazione, provocazione. Sono gli Zen alla massima potenza, gli stessi che poi passano dall’ultima alla prima canzone di “Andate tutti affanculo”, e cioè “L’egoista”.
Un passaggio veloce alla potente e amaramente ironica “Nati per subire”, che sul palco del Paladozza arriva quella che Appino definisce “la più grande rock band italiana”. Si fanno strada tra gli Zen i Tre allegri ragazzi morti, la band pordenonese compagna di etichetta di Ufo e soci, con cui hanno collaborato per il disco “La seconda rivoluzione sessuale”. E da questo album è tratta la canzone che il gruppo di Davide Toffolo e gli Zen eseguono insieme, “Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll”. Potenza a palla ed energia a fiotti al Paladozza.

Tre allegri ragazzi morti ospiti degli Zen Circus a Bologna

Gli Zen si prendono una piccolissima pausa, ma tornano poco dopo sul palco con un compagno di vecchia data, quello che Appino ha sempre definito il suo “fratellino”: Francesco Motta si unisce alla festa in corso al Paladozza, e con gli Zen intona “Fino a spaccarti due o tre denti”. L’affetto e il legame stretto è evidente, e diventa quasi toccante quando Francesco abbraccia Andrea intento a suonare la parte centrale del pezzo. Sono lì, accasciati sul palco, Appino con la chitarra in braccio, Motta che prima gli stringe le spalle e lo avvolge in un abbraccio, poi gli posa affettuosamente la mano sulla testa. Bello esserci, anche solo per assistere a questo momento di amicizia, gratitudine, scambio. Grazie!

Francesco Motta, “fratellino” di Andrea Appino, al concerto degli Zen Circus

Si va verso la fine del concerto, mancano poche canzoni. Arriva la più recente, “L’amore è una dittatura” che ha portato gli Zen sul palco del Festival di Sanremo 2019, e poi il boato. Parte “L’anima non conta”, e tutti a cantare a memoria il testo e a ondeggiare di gioia. Sarà pure un brano mainstream e poco indie come hanno sostenuto alcuni, ma la reazione e il gradimento degli spettatori (sottoscritta compresa) sono inequivocabilmente positivi. E ci siamo, arriva l’ultima canzone, che non può che essere “Viva”. E qui c’è un’esplosione di gioia, di cori, di gente che balla, di persone felici. Viva gli Zen! Ma c’è anche un po’ di rammarico, perché il concerto finisce, non prima che Appino scenda dal palco per tuffarsi sul pubblico del parterre, che lo raccoglie e se lo coccola un po’ sostenendolo sulle braccia.

Sono state due ore di musica ed energia, di riflessioni e risate, di ritmo e di affetto. Peccato per l’audio abbastanza deludente del Paladozza (dal parterre in particolare si sono levati cori di disappunto): in un concerto in cui le parole sono preziose, non poterle percepire bene è un vero peccato. Di certo l’esperienza è stata forte e memorabile, di quelle da ripetere, magari all’aperto.
Riuscire ad essere obiettivi, quando si è fan, può essere impresa ardua. La sottoscritta ce l’ha messa tutta. E se l’amore è una dittatura, quello per gli Zen è una fortuna, Viva!

 

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