Emanuele Barbati, dalla musicologia alla canzone popolare: “Nell’era della velocità, ritroviamo il gusto di ascoltare” [ESCLUSIVA]

Il cantante e musicista pugliese Emanuele Barbati è in questi giorni in radio con un nuovo singolo (Un’Altra Volta). Il classico “ritorno” di un artista che, a ben vedere, non se ne era mai andato: dal successo di due estati fa in coppia con i Boomdabash (a sua volta figlio di una gavetta locale ancora più lunga), Barbati ha proseguito il suo personale discorso continuando a lavorare a singoli brani, regolarmente resi disponibili online. Un’Altra Volta segna un nuovo approccio con il mondo radio, e un ulteriore passo in direzione di quell’universo di musica popolare (inteso in ogni senso) a cui da sempre il cantante si ispira. Ne abbiamo parlato con il diretto interessato, riferendoci alla sua esperienza da cantatutore, le naturali influenze e l’evoluzione stilistica che l’ha portato, musicologo con passato punk e ska, ad una nuova dimensione pop.

Questa la nostra intervista esclusiva ad Emanuele Barbati, dal nuovo singolo al disco in arrivo:

Velvet: L’approccio al testo di Un’Altra Volta è particolare, molto descrittivo e ricco di dettagli. Da dove l’idea di questo particolare storyteling?

Emanuele Barbati: Mi è venuta in mente questa melodia fresca e ballabile un pomeriggio di giugno. Ho pensato che sarebbe stato interessante scriverci un testo che però avesse bisogno di un ascolto più attento, un testo che aprisse alla possibilità di “vedere” quello che accade nel brano. In un momento storico in cui la velocità è l’esperienza principale, avevo voglia e anche necessità di un testo che avesse bisogno del suo tempo, immagine dopo immagine.

Nel brano ritornano sonorità più analogiche, strumentali, affiancate a quei synth che hanno cominciato ad apparire regolarmente negli ultimi brani. Come mai questa pluralità di stili? C’è un percorso preciso, o la volontà è quella di mettere la versatilità in primo piano?

Sicuramente è stata un’evoluzione che alla fine, dopo averci riflettuto, è anche stata naturale. In realtà ho fatto un viaggio all’indietro. Ho iniziato col punk rock per poi svoltare al pop più classico; ad un certo punto ho capito che i synth e i suoni più elettronici mi avrebbero avvicinato alle mie radici musicali molto facilmente, basti pensare che alcuni synth nel brano “un’altra volta” non fanno altro che quello che farebbero delle chitarre suonate in stile The Clash. Questa cosa mi ha affascinato molto, anche perchè ho sempre poco apprezzato la musica elettronica, soprattutto quella degli anni 80, ma solo uno stupido non cambia idea. 

Il tuo stile appare lontano dalle tendenze da classifica più contemporanee. Ci ricorda forse un tipo di pop melodico da primi anni 2000, addirittura ’90, a tratti. Ci sono influenze dirette nella tua musica, modelli espliciti?

A me fa molto piacere quando qualcuno trova nelle mie canzoni delle influenza a cui di solito non penso. Di certo il pop melodico ha delle influenze, ma credo che risalgano ai padri fondatori del pop, e parlo dei gruppi degli anni ’60, in primis The Beatles e i Beach Boys, che ritengo in assoluto imprescindibili. Tutto quello che poi abbiamo sentito nei decenni dopo e quindi, come dici tu, anche i ’90 e i 2000 vengono da lì. Quindi non ho riferimenti al pop degli anni ’90/2000, ma probabilmente con quel pop condivido i modelli di ispirazione.

E il tuo background formativo qual è? Da quali ascolti sei partito per approdare a quest’idea di musica?

Io vengo da una famiglia di musicisti: mio padre si è formato con grandi classici degli anni ’70. Io che non ho mai amato i virtuosi ho passato anni a suonare punkrock, ska. Era dunque normale poi che nella fase compositiva pensassi ai Clash e contemporaneamente a De Gregori o a Tenco, senza minimamente mettermi a paragone, parlo di influenze. Però se dovessi dire quali siano per me i 5 mostri sacri, senza dubbio: Beatles, Beach Boys, Bob Marley, The Clash e come cantautore su tutti Tenco.

Sei un musicologo affermato e laureato, cosa non comune nel mondo degli artisti pop. Quanto aiuta una preparazione accademica di questo tipo, nel contesto della canzone popolare? 

La preparazione accademica è necessaria per poter esprimere la propria opinione, sopratutto aiuta a capire che spesso quando tutti parlano senza alcuna competenza la cosa migliore è stare zitti. Nel contesto della canzone popolare la musicologia aiuta a capire come e perchè alcune cose funzionano e altre no. E’ un discorso, come immaginerai, molto complesso. Cerco sempre di essere molto onesto riguardo alle mie competenze musicali, ma cerco anche un approccio popolare in fase di scrittura.

E’ nota la tua attenzione a tematiche umanitarie e in particolar modo ambientaliste. Indirettamente, questo tende a comparire anche nei tuoi brani. In che modo queste tue passioni riescono ad incontrarsi?

io sono nato nella provincia di Taranto che è devastata da ex-Ilva e discariche, nonostante sia uno dei territori più belli del Nord-Salento. Da sempre ho lavorato per associazioni ambientaliste, co-fondandone anche una, credendo che non puoi essere artista, se non ami l’arte della natura. Non ho mai abbandonato la mia terra, a differenza di molti, e ci lavoro costantemente, non solo quando diventa utile a fini pubblicitari. Un’artista non può non prendere posizione. 

Due estati fa hai conosciuto improvvisamente la notorietà grazie al pezzo con i Boomdabash, che nel frattempo sono arrivati addirittura a Sanremo. Che impatto ha avuto quel singolo nella tua carriera?

“Sorrido al sole” è stato un brano di rottura, nel senso che ha diviso in due la mia carriera, in senso positivo. Devo molto ai Boomdabash, che hanno subito accettato di fare il featuring con me e non si sono mai posti con superiorità su nulla, dalla composizione alla promozione. Poi loro sono una macchina da guerra, un talento ed una dedizione che non vedo in nessun altro gruppo italiano. Anche loro vivono in un paese vicino al mio e non sono mai andati via. Quando li ho visti sul palco di Sanremo era come se ci fossero i miei fratelli. 

L’ultimo tuo album risale al 2014, da allora solo singoli. Domanda da musicologo: siamo davvero arrivati alla morte del formato-disco, e alla dittatura dello streaming? Hai ancora interesse a lavorare su un progetto-album?

Ti dico una notizia in anteprima allora: proprio in questi giorni sto lavorando al disco! nonostante come dici tu il formato disco stia agonizzando. Lo streaming è arrivato come una novità eccezionale, mettendo a portata di mano intere librerie di album. Poi è diventato invece un tritacarne, fatto di playlist, guerre e favori per entrarci, clickbait, follower, insomma ha reso la musica un prodotto da supermercato. Tornare al disco però può aiutare a recuperare gli appuntamenti live, il rapporto col pubblico. Certo è complicatissimo, perché è come voler rallentare una macchina lanciata a tutta velocità dalla quale non puoi scendere. Bisogna ritrovare il gusto di prendersi tempo, ed ascoltare un disco. Lo so, sembra strano e forse suona un po’ antico, ma onestamente mi sembra che siamo tutti su quella macchina in corsa che va dritta verso un muro. 

Commenti

Loading...