Zen Circus: “Felici di essere stati a Sanremo. Nel nostro futuro? Un libro e un tour mondiale”

21 anni di carriera (se iniziamo a contare dall’anno di pubblicazione del loro primo disco, 25 se facciamo riferimento alla loro primissima fondazione), 11 album pubblicati, centinaia di concerti fatti in tutto il mondo, diciassettesimo posto allo scorso Festival di Sanremo per quattro musicisti toscani tra i più talentuosi dell’indie rock italiano. Sono solo alcuni dei numeri degli Zen Circus, la band pisana capitanata da Andrea Appino che per la prima volta quest’anno ha calcato il palco dell’Ariston, guadagnandosi il plauso di pubblico e critica, e conquistandosi migliaia di nuovi fan, stregati dall’energia emanata dell’esibizione del brano “L’amore è una dittatura”. Il quartetto composto dal leader e fondatore Andrea Appino (voce, chitarra e armonica), da Massimiliano “Ufo” Schiavelli (bassista della band dal 2000), da Karim Qqru (batterista dal 2003) e da Francesco Pellegrini (chitarrista dal 2016) si gode ora un po’ di riposo dopo due settimane intense e faticose, caratterizzate dalla trasferta sanremese e da un tour di promozione instore della loro prima raccolta dal titolo “Vivi si muore 1999-2019”.

Li incontriamo durante l’ultimo appuntamento promozionale, in una libreria romana gremita da centinaia di fan entusiasti, emozionati e vogliosi di abbracciare i propri idoli: ed è bello vedere che gli ammiratori degli Zen Circus sono bambini, adolescenti e adulti. Ancor più bello è vedere intere famiglie che aspettano il proprio turno per farsi autografare il CD o il doppio vinile dagli Zen, quasi fossero anche loro parte del gruppo familiare.

Andrea, Ufo, Karim e Francesco arrivano sul piccolo palco della libreria ed è subito festa. Oggetto principale di attenzione è la raccolta “Vivi si muore”, una sorta di retrospettiva autentica e lucida di vent’anni di carriera, un compendio di brani che (accanto ai due inediti “L’amore è una dittatura” e “La festa”) comprende le hit “alternative” più famose degli Zen e alcune tra le loro canzoni più irriverenti. Dopo aver chiacchierato un po’ con il pubblico, i quattro musicisti si mescolano a quegli stessi spettatori, si esibiscono in versione acustica (con chitarre e una scatola vuota a fare da tamburo) camminando in mezzo a loro, rendendoli parte della performance. E gli astanti rispondono attivamente al richiamo, cantando a squarciagola le tre canzoni proposte, “Vent’anni”, “Non voglio ballare” e “Viva”, tutte contenute nella raccolta.

“Vivi si muore, 1999-2019”, vent’anni di carriera degli Zen Circus in una raccolta

Vivi si muore” è il nostro modo, in disco, di festeggiare venti anni di Circo Zen” ci spiegano Appino e Ufo. “La raccolta non pretende di essere esaustiva o completa, vuole anzi essere un riassunto in canzoni, proprio come quei “Bignami” che usavano i ragazzi dell’ultimo banco in compiti in classe per cui non avevano studiato, ragazzi ai quali da sempre ci sentiamo di assomigliare”.

Vedere tanti anni di carriera condensati in un disco, deve fare un certo effetto, così come guardarsi indietro e constatare quanta strada sia stata fatta.
“Sicuramente la cosa alla quale ci siamo ormai abituati è NON notare il passaggio del tempo” ci dice Karim. “Quando fai il musicista, il tempo si misura attraverso le deadline lavorative, che si susseguono una dopo l’altra con una velocità impressionante (prima c’è la preparazione di un disco, poi l’uscita del disco, poi la promozione, il tour, e il tempo vola). La nostra vita è fondamentalmente scandita dai cicli di concerti, non dagli anni. Vedere tutto questo fa un po’ impressione, e vedere la tua vita inserita in un disco fa effetto, anche perché una raccolta non è mai esaustiva. La sensazione è quella di aver fatto qualcosa di importante, non per la musica e nemmeno per l’Italia, ma per noi, per le nostre vite, e questo è il motivo fondamentale per il quale suoniamo”.

Nel corso degli anni la formazione degli Zen Circus è cambiata varie volte; quella attuale è stabile dal 2016, anno in cui è entrato a far parte del gruppo in maniera definitiva il chitarrista Francesco Pellegrini.
Facevo parte dei Criminal Jokers (band prodotta da Andrea Appino, ndr) insieme a Francesco Motta, poi ho suonato con Nada, ma conoscevo gli Zen Circus da tempo” ci dice “il Maestro” Pellegrini. “Ho partecipato al disco da solista di Andrea Appino “Grande raccordo”; subito dopo gli Zen hanno sentito l’esigenza di avere un musicista aggiunto, anche per semplificare la vita ad Andrea che dal vivo doveva fare un sacco di cose. Anche nei dischi precedenti al mio ingresso c’erano due chitarre, però poi gli arrangiamenti non potevano essere fatti nello stesso modo anche dal vivo. Io sono entrato nel gruppo ai tempi di “La terza guerra mondiale” (album del 2016, ndr); in quel disco ho registrato soltanto il solo de “L’anima non conta”, mentre a partire dal disco successivo “Il fuoco in una stanza” del 2018 ho partecipato a tempo pieno”.

La partecipazione al Festival di Sanremo è stata una prima volta assoluta per la band, una sorta di regalo che i quattro ragazzi toscani si sono fatti per festeggiare ulteriormente vent’anni di carriera. Il bilancio della loro partecipazione alla kermesse musicale della Riviera è assolutamente positivo, come ci conferma il batterista Karim.
Sanremo non cambia una virgola nella vita di nessuno, è un happening socioculturale, un fenomeno di costume che personalmente seguo da quando sono bambino, e che rappresenta (a seconda dei periodi) o una parte della musica italiana o (come accaduto quest’anno) quello che sta succedendo, in modo policromo, nel nostro Paese. A Sanremo, ovviamente, non troveremo mai gruppi noise o hard core o metal: in Riviera si parla sempre della forma musicale della canzone, ma Sanremo rimane comunque un fenomeno da studiare. Per quanto riguarda noi, chiaramente il Festival ci ha portato un aumento di pubblico, sarebbe disonesto affermare il contrario: lo vediamo sia dagli streaming, che dai social che dalle migliaia di persone nuove che ci stano scrivendo. E’ stata un’esperienza sicuramente interessante, qualcosa che di certo non si fa tutti gli anni, e per noi è stata la ciliegina sulla torta dei nostri 20 anni di carriera”.

 

 

A voler portare in gara all’Ariston l’efficace e potente brano “L’amore è una dittatura”, una bellissima filastrocca sull’amore, è stato proprio lo stesso Karim.
Ho spinto molto per portare a Sanremo “L’amore è una dittatura”: c’erano tre canzoni in ballo e alla fine abbiamo scelto proprio quella. Credo che l’arma vincente di questo brano risieda nella sua progressione ritmica, armonica e di dinamica corale, oltre che nella sua assenza di ritornello. Se la canzone avesse avuto un refrain non avrebbe posseduto la stessa forza: c’è un legame strettissimo, dal punto di vista dinamico, tra la crescita del testo e quella strumentale, e secondo me questo brano rappresenta una delle punte massime degli Zen, come espressione. Siamo contentissimi, anche perché è un pezzo che dal vivo esprime tutta la sua grandezza. E’ una canzone che non subisce l’orchestra, come accade a volte ad alcune canzoni presentate a Sanremo, dove hai l’obbligo di usare l’orchestra. Nel caso del nostro brano, l’accompagnamento con una vasta compagine strumentale è perfetto per una sua resa massima”.

Tanti gli amici incontrati dagli Zen Circus al Festival di Sanremo. Molti gli artisti con cui sono entrati in contatto, alcuni dei quali erano da loro già particolarmente apprezzati.
Io personalmente seguivo molto Achille Lauro e soprattutto Boss Doms, che è un grandissimo produttore di quel trend che io chiamo “ultra contemporaneo” ci confessa Karim Qqru. “Secondo me il vero vincitore di Sanremo è proprio lui insieme a Mahmood; il fatto che al primo posto sia arrivato proprio lui è una cosa stupenda, è l’unico che secondo me (molto più di noi) possa rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest 2019. E’ molto moderno e internazionale”.

Zen Circus: “Il vero vincitore di Sanremo, oltre a Mahmood, è Achille Lauro”

Zen Circus, Negrita, Enrico Nigiotti, Motta. Al Festival di Sanremo quest’anno la Toscana era presente in maniera preponderante, ma secondo Francesco Pellegrini parlare di una “new wave toscana” è azzardato.
La Toscana in questo momento ha tanti artisti forti (penso anche a Lucio Corsi, un cantautore molto giovane che sta lavorando a un disco nuovo)” ci dice il chitarrista degli Zen Circus. “Sicuramente è una regione molto fertile dal punto di vista musicale, come lo è in questo momento anche la Sicilia, ad esempio. Non possiamo parlare di una vera e propria scena, nel senso che ci sono tanti musicisti che fanno generi diversi; con Motta si può parlare anche di vicinanza di genere, con gli altri: con Motta è un discorso diverso perché siamo cresciuti musicalmente insieme e siamo molto vicini in questo senso, con gli altri è più un fatto meramente regionale. A Sanremo ci siamo trovati benissimo con tutti i nostri colleghi toscani, soprattutto con Enrico Nigiotti ci siamo divertiti molto”.

Il live è la dimensione in cui gli Zen Circus si esprimono meglio. Negli anni la band si è esibita in varie parti del mondo (famosa la loro tournée in Australia del 2008) e la volontà di esibirsi di nuovo anche al di fuori dei confini nazionali è forte e viva.
Ne stiamo parlando proprio in questi giorni, c’è l’idea di un tour europeo, che è una cosa fattibile e si fa di frequente (lo hanno fatto recentemente i Verdena ad esempio). Certamente è qualcosa che va programmato con un po’ di anticipo: in Germana ad esempio i locali hanno una pianificazione che va di anno in anno, ma ci piacerebbe andare a suonare anche in America, dove è certamente più complicato. Di sicuro lo faremo”.

Per il momento gli Zen Circus si concedono un po’ di riposo, ma i programmi futuri sono già molti.
Sicuramente ci concentreremo sul libro che uscirà per Mondadori che uscirà nei prossimi mesi, un romanzo biografico scritto insieme a Marco Merighi; si tratta di un volume che è in lavorazione da molto tempo, che racconta una parte della vita degli Zen Circus e si intitolerà “Andate tutti affanculo” (come il sesto album pubblicato nel 2009, ndr). Poi vogliamo scrivere con calma il prossimo disco, prendendoci i nostri tempi e lavorando con grande calma e in modo sereno. Vogliamo partire dal suono, soprattutto adesso che abbiamo due studi di registrazione, uno per le pre-produzioni a casa di Andrea, e l’altro che è il 360 Music Factory di Livorno, dove registriamo sempre insieme ad Andrea Pachetti. E’ nostra intenzione fare una pre-produzione che poi diventerà il disco, ma con tutta la calma del mondo, senza costrizioni di tipo temporale. Poi naturalmente abbiamo in programma il concerto del 12 aprile al Paladozza di Bologna che era già pianificato da tempo. Non cavalcheremo l’onda sanremese, ma di sicuro durante l’estate faremo qualche altro evento”.

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