Torna la serie tv “La porta rossa”, un successo dovuto anche alle musiche di Stefano Lentini

Oh cavoli, sono già passati vent’anni? Ma davvero? Non avevo quantificato, ma in effetti è vero, la mia prima registrazione professionale risale al 1998-99…
Reagisce così, quando gli ricordiamo i suoi primi vent’anni di carriera. Non sembra vero a Stefano Lentini di lavorare da professionista nel mondo della musica da così tanto tempo. Perché quando si fa un mestiere che si ama, non si sente la fatica.
Credo di essere stato molto fortunato. E’ difficile fare musica, per me è come se si fossero incontrate delle buone stelle che mi hanno portato a fare il mestiere che amo. Quando registrai il mio primo EP nel 1999, non avrei mai detto di poter proporre la mia musica come lavoro”.

E invece è andata proprio così, e oggi questo giovane uomo nato a Roma nel 1974 e cresciuto a pane e De André, Angelo Branduardi, Pink Floyd e musica metal (“la mia passione per i Metallica era tale che scappai di casa nel 1991 per andare a vederli a Modena, sono un fan sfegatato del leader James Hetfield, tanto che potrei corrergli dietro per strada e chiedergli un autografo!”) è un apprezzato musicista, autore tra le altre cose delle musiche della fiction Rai “La Porta Rossa”, la cui seconda stagione debutta proprio stasera su Rai2 con due nuovi episodi. Lavorare a questa serie TV noir scritta da Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi (con Lino Guanciale nei panni del commissario Cagliostro, e Gabriella Pession che interpreta la moglie Anna) ha dato grandi soddisfazioni a Stefano Lentini.
E’ stato un lavoro fantastico perché ho instaurato un rapporto bellissimo con il regista Carmine Elia, che mi ha lasciato tanto spazio e che si fida ciecamente di me. A livello produttivo siamo riusciti a mettere in piedi una struttura stellare, partendo dalla collaborazione con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, fino ad arrivare al mix che abbiamo fatto agli AIR Studios di Londra con Geoff Foster, la stessa persona con cui ho registrato il mio album “Fury” e che ha lavorato anche alla prima stagione de “La porta rossa”. Foster è uno tra i fonici più bravi al mondo: con lui ho ormai una sintonia fantastica, amo il suo sound, quindi siamo riusciti a raggiungere un livello qualitativo altissimo, sono molto contento”.

 

Ma nella carriera di Stefano Lentini non c’è solo Geoff Foster, ingegnere del suono vincitore di tre Grammy Awards e sound engineer delle colonne sonore di “Interstellar” e “Star Wars”. Infatti, il musicista romano (laureato con il massimo dei voti in Antropologia Culturale, con successivi studi in Etnomusicologia presso la School of Oriental and African Studies di Londra) ha al suo attivo colonne sonore per registi come Wong Kar-Wai (“The Grandmaster”) e Giacomo Campiotti (“Bakhita”, “Braccialetti Rossi”), e ha collaborato a film premiati negli Stati Uniti, in Australia, nel Regno Unito, in Brasile, in Ucraina, a Hong Kong.
Faccio quello che so fare: quando ero piccolino e suonavo la chitarra proponevo le mie cose, raccontavo le mie storie. All’inizio era una cosa un po’ strana, perché tutti mi chiedevano di suonare le canzoni di Baglioni, di De Gregori, ma io non ne ero capace se non dopo aver ricevuto gli accordi. Sapevo suonare solo le cose mie, e gli altri non capivano bene come ciò fosse possibile. Oggi tutto ciò è visto come qualcosa di straordinario perché, facendo il compositore, propongo pezzi che ho creato io. Per me tutto questo non è né straordinario né strano, è semplicemente normale, è il mio lavoro! Sono felice che le mie composizioni piacciano e mi facciano lavorare. Sai, è una gioia immensa fare una professione che ti piace. Sì, la fatica a volte si sente ma è piacevole, ti dà soddisfazione, non è la fatica del lavorare in miniera, è un privilegio di fatica! Viviamo in un mondo in cui a mille chilometri la gente si spacca la schiena per portare le pietre, per cui fare il musicista per lavoro è come dire di essere stato un re duecento anni fa”.

Stasera su Rai2 torna “La porta rossa”, con la colonna sonora di Stefano Lentini

Lo scorso 16 novembre è uscito “Fury”, il nuovo concept album (tredicesimo CD, primo da solista) in cui Lentini esplora il tema della rabbia umana. Si tratta di un lavoro che ha tenuto impegnato il musicista per un anno e mezzo, ed è composto da dodici tracce che spaziano dal prog ai ritmi del tango, dall’indie-classic alla new age. I brani si susseguono tra di loro in maniera fluida e armoniosa, ma senza un preciso fil rouge che li tenga legati.
Non c’è un filo logico in “Fury”, è un percorso emozionale intorno all’argomento della rabbia e musicalmente non c’è una vera logica. Non avevo l’obiettivo di creare un prodotto di genere, ognuno dei brani potrebbe diventare il nucleo di un altro disco. Il brano “Les Fleurs du Mal” potrebbe diventare un disco di musica tango, sinfonica o di musica mitteleuropea; il brano “Suite After The Furies” è più prog, il pezzo “Unaided Eye” è quasi new age. Non mi interessava fare questo, bensì raccontare una storia a modo mio, anche solo parlarne mi sembra adesso quasi una forzatura. E’ come se si fossero lentamente incastrati dei tasselli, sapevo che volevo affrontare il tema della rabbia, poi lentamente queste tessere, per una logica di equilibrio formale, si sono unite”.

“Les Fleurs du mal”, brano lanciato come singolo lo scorso 18 gennaio (unica canzone dell’album in cui la musica si intreccia alle parole cantate dalla sensuale voce di Nathalie Réaux) ha i ritmi del tango e un chiaro rimando alla famosa poesia di Baudelaire. Sembra quasi che la sensualità tipica del tango vogliano unirsi ai temi del male del poema baudelaireano, ma in realtà non era intenzione di Lentini affrontare il classico tema di Eros e Thanatos.
No, non propriamente: mentre per Baudelaire i fiori del male erano i temi scabrosi, le questioni erotiche (che venivano censurate), per me i fiori del male rappresentano una metafora della censura della memoria. Il testo racconta la storia, a metà tra il personale e l’universale, di una manomissione della realtà attraverso la cancellazione degli eventi”.

Stefano Lentini, il suo nuovo concept album si intitola “Fury”

E quando gli chiediamo i motivi per cui, secondo lui, oggi ci sia questa censura della memoria, Lentini risponde.
Ho la sensazione personale (non fondata su alcun dato di statistica) che nessuna istituzione si sia occupata di insegnare a noi e ai nostri figli (ma nemmeno ai nostri antenati) quello che l’uomo è capace di fare. Quindi la memoria della seconda Guerra mondiale è rimasta come sbrodolatura della realtà fino alla generazione dei nostri genitori. Non tutti i nostri nonni hanno avuto la capacità di raccontare i fatti ai propri figli, e a livello istituzionale è avvenuta la stessa cosa, abbiamo iniziato a nascondere, a negare, a cancellare. Ci sono anche delle nicchie di iper-ricordo o di iper-rimozione, però fondamentalmente nessuno nelle scuole insegna che l’uomo può fare tanto male. Questo invece ci servirebbe, perché lo stesso uomo che ha fatto del male siamo noi. Se prendessimo più consapevolezza di quello che noi siamo capaci di fare, forse riusciremmo a gestire meglio tutto questo; se invece ce lo dimentichiamo, ripercorreremo gli stessi errori del passato”.

Il brano “Suite After The Furies” è corredato da un video molto affascinante, creato dal visionario artista irlandese Kevin McGloughlin, che ha realizzato un piccolo cortometraggio tra lo psichedelico, il cartonistico e il fantascientifico.
Ho scoperto Kevin McGloughlin sul web: ho visto dei video fatti per il musicista londinese Max Cooper e mi sono innamorato del suo lavoro. Mi piace tantissimo la sua capacità di trasformare le immagini reali in immagini totalmente astratte. Così l’ho contattato, gli ho parlato del progetto, della mia idea di un video che raccontasse quasi un viaggio universale, un po’ trascendente, che andasse in altri luoghi. Gli ho proposto questo video parlandogli proprio dell’idea di iniziare a lavorare sul movimento dei lampioni, che lui aveva esplorato in sue opere precedenti. All’inizio lui non voleva accettare perché aveva già lavorato a qualcosa di simile, così abbiamo cominciato a pensare ad altre idee. Ha fatto delle prove lavorando su materiale più micro, sulle cellule, sulle molecole: era un lavoro bellissimo ma secondo me non in linea con il senso del brano, volevo che andasse di più sull’universo, doveva essere un viaggio oltre qualsiasi meta. Abbiamo quindi fatto un passo indietro, ripreso in mano l’idea del movimento dei lampioni e creato questa storia di come una piccola luce della strada possa diventare l’elemento di un viaggio spaziale”.

 

 

Da “Shooting Silvio” a “La nuova armata Brancaleone”, da “Non è mai troppo tardi” a “Braccialetti rossi”, da “Tango per la libertà” a “La porta rossa”. Sono già tantissime le colonne sonore realizzate da Stefano Lentini, che pur non essendo un esperto di cinema o televisione ha trovato in questo tipo di composizione il modo perfetto per convogliare la sua creatività e ispirazione.
Lavorare sulle immagini mi ha dato tutto, mi ha insegnato a lavorare dentro dei giardini costruiti da altri, e questo mi ha aiutato a concentrare la mia creatività in un luogo, a non perdermi. Il rischio per me è sempre stato proprio questo. Prima di iniziare a lavorare sulle immagini non riuscivo a concludere molto, ho la tendenza a immaginare venti modi diversi di suonare una cosa, così alla fine o li suono tutti e venti o non ne suono nessuno. Lavorando sulle immagini a un certo punto devi chiudere, sei costretto a concentrare tutte le possibilità in una sola, devi trovare la forma perfetta. Il cinema e la televisione mi hanno dato la possibilità pratica di lavorare con la musica, altrimenti non credo che ci sarei riuscito”.

Stefano Lentini e l’amore per le colonne sonore di cinema e televisione

La colonna sonora “colpo di fulmine” di Stefano Lentini, quella che per intenderci gli ha cambiato la vita e gli ha fatto capire che voleva fare proprio questo lavoro, risale a qualche anno fa.
Ero in prima superiore, avevo 14 anni: sulla Rai c’era uno sceneggiato che si chiamava “I promessi sposi”, con la colonna sonora di Ennio Morricone. Ebbene, c’era un temino suonato da una viola e da un flauto dolce. Ero talmente estasiato da questa melodia che mi comprai un violino. All’epoca suonavo la chitarra ma volli il violino perché dovevo a tutti i costi risuonare quel tema. Poi non è andata bene con gli strumenti ad arco, e a un certo punto ho rivenduto il mio violino! Per quanto riguarda il cinema, ho amato molto “Film blu” di Krzysztof Kieslowski musicato da Zbigniew Preisner: quella colonna sonora mi ha segnato, per la sua costruzione e struttura. In realtà non ho una formazione legata al cinema, vengo da un rapporto puro con la musica, non collegato alle immagini, mi piace il cinema ma la mia passione forte è per i dischi, non per i film”.

Stefano Lentini, una carriera di successo e lavori per Wong Kar Wai e Campiotti

In attesa di vederlo un giorno suonare dal vivo (“per adesso non ho proprio il tempo per pensarci”, ci confessa) ci godiamo le musiche di “La porta rossa 2” e del suo album “Fury”. Mentre Stefano pensa a prendersi un po’ di sana vacanza, da organizzare quanto prima!

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