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Joe T Vannelli: “Marco Trani un maestro. Oggi seguo Renga, Emma e Zucchero” [INTERVISTA]

A oggi il Dj (e producer) italiano che vanta la maggiore esperienza in campo italiano e internazionale. Non è solo una questione anagrafica quella di Joe T Vannelli (“Ho fatto la prima tournée nel 1985“), uno di quelli che dovrebbe avere stampata sulle spalle la scritta ‘Top Dj’, recentemente troppo in voga anche per i novellini. Sa stare dietro una consolle (è il suo mestiere), dietro a un microfono (doppiatore), dietro a una scrivania immaginaria, considerate le sue qualità da stratega dell’universo dance.

Rivoluzionaria la sua idea di coinvolgere i figli nel progetto “Vannelli Future Djs”, tenero il suo ricordo del ‘rivale’ Marco Trani (“Un maestro“), emozionante quello del concerto italiano di Michael Jackson (“L’artista più completo di tutti i tempi“). Ultimamente Joe ci ha fatto apprezzare il remix del tormentone “Maracanà” (Emis Killa, ndr.), anche se tante sono le novità che sta costruendo per i suoi fan, prima fra tutte un singolo al quale ha lavorato per quasi un anno e che vedrà ancora al suo fianco la vocalist ungherese Csilla Domonkos

Dalla Notte Rosa di Abano Terme a quella Bianca di Genova. Analogie e differenze…?

Ad Abano Terme un’esperienza molto interessante: lì un target solitamente elevato, con noi sono arrivati anche tantissimi ragazzi. Credo sia stato il modo migliore per festeggiare la nuova veste della città, quella di un aperitivo diverso dal solito, un’occasione buona per avvicinarsi. Genova, invece, è un appuntamento classico: per me la quarta notte bianca, i risultati sono stati enormi, ancora una volta sono stato felice di esserci. Del resto questo è il cuore della Liguria e, dopo i fatti drammatici degli ultimi tempi, deve continuare a crescere, a fortificarsi.

Affronti tutte le serate allo stesso modo, come funziona con la scaletta?

Non ho mai una scaletta precisa, diciamo che ‘navigo a vista’. Ci vuole il giusto compromesso, accontentare il pubblico, ma non dimenticarsi mai di accontentare sé stessi. Scelgo la musica in base a chi ho di fronte, molto dipende dall’età media e dall’ora. In genere, affronto le serate mangiando molto leggero e bevendo il meno possibile: questo aspetto non va sottovalutato da chi fa il nostro mestiere.

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Parliamo del tuo radio-show Slave To The Rhythm

E’ partito alla grande lo scorso sabato, le dirette dalle discoteche sono occasioni che ti permettono di procurare molti nuovi fan, di fare degli show veri e propri. Andremo avanti per tutti i sabato, dalle 19 alle 20, mentre Supalova resterà l’appuntamento del giovedì (dall’1 alle 3 del mattino).

Il progetto Vannelli Future Djs: la definisco “impresa a conduzione familiare”. Quali sono i pro e quali i contro di un’avventura del genere?

I figli danno soddisfazioni e preoccupazioni, la mia incolumità mentale è quasi minata da un progetto come questo, ma la cosa bella è che riusciamo spesso a trovare la giusta armonia. Del resto, tutti e tre suoniamo musica house. Credo sia parecchio originale come idea, una piccola rivoluzione: una sensazione completamente nuova, con ‘old school’ e ‘new school’ che si incontrano e danno vita a un bellissimo scambio.

Stasera parte X-Factor: come ti poni verso i talent show?

Il recente talent “Top Dj” ha dimostrato a tutti quanto il Dj sia ormai diventato un mestiere vero e proprio. Una ventina d’anni fa mio padre mi diceva: “Che lavoro fai?“. Non capiva che stare dietro una consolle potesse darmi da mangiare, magari mi avrebbe preferito dietro lo sportello di una banca. Alla fine mi è andata più che bene. Tornando ai talent, beh, è curioso vedere giovani artisti a confronto, ben vengano queste opportunità.

Hai lavorato e lavori molto anche all’estero, è veramente un altro mondo?

Guarda, la mia prima tournée risale al 1985. All’epoca non c’era internet, per suonare a Las Vegas – ad esempio – dovevi fare dei numeri impossibili, oggi basta poco (o quasi) per raggiungere un grosso risultato. Io credo che il rispetto si coltivi con gli anni, è quella la vera maturazione di un Dj. All’estero ci sono eventi-pop con dj che suonano spesso davanti a 10.000 persone, da noi accade di rado: io ho lavorato in Australia, Canada, Brasile, addirittura all’ultimo piano di un grattacielo di Tokyo…

A proposito di pop: c’è un artista col quale ti piacerebbe collaborare oggi?

Pharrell Williams! (ride). In Italia ci sono ancora tanti artisti interessanti, stimolanti, penso a Renga, Emma, Zucchero. Come sai, ultimamente ho fatto un remix per Emis Killa (“Maracanà”, ndr.): non tutti i miei fan l’hanno presa bene, ma io penso che confrontarsi faccia sempre bene. Ti confesso una cosa: quando mi hanno detto che anche Gabry Ponte aveva fatto quel remix, quasi quasi mi sarei tirato indietro. Stimo moltissimo Gabry, ma l’esclusiva ha sempre il suo fascino…

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Hai detto: “La musica è l’unica arte che ti fa muovere“. Quindi…?

La musica mi ha sempre dato tante risposte. Grazie a lei ho fatto una famiglia. Non mi ha portato ad essere un filosofo, né un artista completo: l’artista vero è un cantante, proprio come Pharrell. Io, invece, sono un po’ tecnico e un po’ artista. Uno che si avvicina al top è Calvin Harris: è il più completo tra di noi, anche se io penso che nella vita sia meglio specializzarsi. Cantare, suonare e mixare è praticamente impossibile.

Hai un maestro o, comunque, un Dj che ti ha indotto a fare questo mestiere?

Non ho dubbi, mi viene subito in mente la bellissima rivalità con Marco Trani. Ricordo quando uscì “Mixtime”: presi il disco d’oro e i discografici, per convincermi ad andare avanti, mi dicevano “Guarda che chiamiamo Marco Trani!“. Non erano minacce, ma stimoli: lui è stato un maestro, oltre che un rivale. Un vero punto di riferimento, per me come per molti altri.

Joe T Vannelli è anche un producer: vuoi segnalarmi qualcosa che hai curato e che ti ha reso particolarmente orgoglioso?

C’è tanta roba, mi piace segnalare l’ultimo lavoro: uscirà il prossimo 30 ottobre. Al mio fianco una bravissima cantante ungherese, si chiama Csilla Domonkos. L’ho conosciuta tanti anni fa, venne da me per un provino e subito mi disse: “Io non so cantare in inglese e neppure in italiano“. Così pensai di fare dei vocalizzi sullo stile dei Pink Floyd: di lì a poc arrivò “Play with the voice” (poi “Play with Vannelli”). Ora “Voice of tears”, è davvero bellissima, c’è dentro anche un violino…

Chiudiamo. Qual è la tua canzone nell’armadio? Quella alla quale leghi un bel ricordo d’infanzia o adolescenza…

Non riesco a scegliere in pochi minuti, sono davvero tantissime. Vado dagli Earth Wind & Fire a Prince, da Jimi Hendrix a Michael Jackson. Erano anni in cui la musica era veramente musica. Un bel ricordo è il concerto del Jacko a San Siro: era il ’97, ci andai con mio figlio. Sul palco c’era l’artista più completo di tutti i tempi: autore, cantante, ballerino. Oggi non c’è uno così, non credo ci sarà più.

(PH. ANGELO LANZA)

Redazione

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